“KA_R_MASUTRA”: tratto dalla prefazione del critico letterario LUCIA BONANNI

Dalla prefazione del critico letterario e poetessa Lucia Bonanni:
(…) “KA_R_MASUTRA ” dal desio al karma, dal desiderio alla quiete, è il filo logico da seguire per una lettura consona di questa raccolta poetica dove l’Autrice, facendo uso di un linguaggio aulico ed essenziale, con immagini coerenti esprime la visione della propria femminilità e del suo essere Donna. L’intera silloge è un viaggio all’interno del sé, un percorso odisseico in cui l’Autrice non si avvale del potere della frode e dell’inganno per cercare il seme di quella spiritualità già in nuce all’atto del concepimento e neppure tenta di assaggiare il frutto dell’oblio per dimenticare gli intralci del tempo, ma nel suo viaggio verso Itaca ascolta il canto delle sirene, legata all’albero maestro dell’etica morale e della consapevolezza di essere persona di spiccata sensibilità e partecipazione emotiva, sempre condivisa con elementi di arte e vera umanità (…)

Lucia Bonanni

Per acquistare il libro direttamente dalla casa editrice:

https://www.kimerik.it/SchedaProdotto.asp?Id=3031

“LE SCHEGGE” la prefazione a cura di Lorenzo Spurio   

Ecco la magnifica prefazione a cura del critico letterario Lorenzo Spurio scritta per il mio ultimo, ottavo già,  libro intitolato “Le schegge ” e dedicato alle “donne – schiave dell’amore malato”. Irda Edizioni 2017.

PREFAZIONE 

– Nulla è rimasto del tossico “amore”
Evaporato con l’essenza dell’ultimo sospiro.-

Un libro forte, dalla struttura tripartita, di sgargiante monito civile, che la poetessa polacca naturalizzata milanese ha dedicato a tutte le donne. Ad aprire il volume è una breve nota della stessa autrice dove chiarifica la ragione e il significato di data raccolta poetica. Il volume ha come tema fondante quello del dolore. Si tratta di uno stato di sofferenza lancinante che amplifica i suoi connotati perché vissuto nella solitudine, nel silenzio, nell’indifferenza dei più e in circostanze di vero abbandono emotivo e psicologico. Izabella Teresa Kostka con una poetica scevra da ridondismi e velleità melliflue, fornisce al lettore sprazzi di incoscienza e assuefazione di esistenze derelitte, emarginate dall’amore, lontane da un senso di felicità e naturalezza che sembra irrimediabilmente perduto.

Le stesse schegge che figurano nel titolo e nell’immagine di copertina stanno a delineare un mondo residuale, quello di una particola appuntita che, al contatto, produce fastidio e dolore, con spargimento di sangue. Dolore che porta con sé, a livello interpretativo più ampio, a quelle recondite pillole di memoria, quelle reminiscenze di un passato difficile, che puntualmente riaffiorano disturbando la quiete abituale della persona.

La scheggia rappresenta dunque una condizione di passato difficilmente definibile: non un passato remoto, lontano, definito e chiuso, ma un passato che ha una forza inimmaginabile, capace di riattualizzarsi di continuo, di confluire nel presente, contaminando le ore, minacciando continuamente il proprio stato di benessere. Pur essendo nella forma ridotta di un’entità più ampia, la scheggia morfologicamente mantiene tutte le caratteristiche organolettiche di quell’entità alla quale apparteneva prima del distaccamento da essa. Un’associazione di immagini o di odori, una circostanza curiosa, il collegamento di episodi tra loro apparentemente slegati sono tutte modalità in cui la scheggia, quel passato latente, si vivifica con evidente produzione di angoscia, sofferenza e delirio emozionale.

La prima compagine di liriche che compongono il libro sono raccolte attorno al sottotitolo di “Par amor”: in esse tocchi di succinto erotismo con evocazioni a situazioni cariche di seduzione vissuta con energica passione e sprazzi di insana foga. L’anelito di ardore ed amore è, infatti, spesso relazionato a una circostanza di follia nella quale l’io lirico vagheggia di perdersi in questo persuasivo e totalizzante desiderio di godimento nei sensi. Sono poesie queste dove è possibile leggere un dialogico sottaciuto tra gli amanti (“I tuoi occhi/ la dannazione”). gestualità colte nel mistero dell’amore, spinte altruistiche ad un amore da condividere e del quale goderne l’assuefazione (“Sfamati di me”). 

In questa prima sezione si parla, però, anche dell’amore bistrattato nella forma della bugia, del tradimento, dell’ipocrisia di uno dei due amanti. Si mette in luce una sorta di afasia relazionale nella quale le lunghezze d’onda degli amanti sembrano correre in maniera diversa per via dell’ingerenza di un terzo, a costruire un triangolo amoroso peccaminoso e disdicevole. Si presenta così una coppia che viene minacciata dal suo interno tanto a minarne le fondamenta: l’amante illuso e l’amante disattento ed ipocrita che conduce parallelamente due storie amorose. La Nostra parla in questa accezione delle “tossiche muffe del falso calore/ e il fasullo abbraccio della passione”. L’estemporanea n°10 in particolare, il cui sottotitolo è un perentorio “Non credo” sembra fornire una analisi assai negativa dinanzi alla possibilità di un perdono verso il partner che porta la Nostra all’adozione di una decisione austera e in qualche modo inoppugnabile dinanzi alle esigenze del suo cuore: “Rinuncio per sempre alla tenerezza,/ all’ultimo inganno del finto ardore “.

La seconda mini-plaquette porta il titolo di “Orco” ed è anticipata da una impressionante immagine in bianco e nero di un coltello da cucina. Dall’amore come desiderio e come tradimento della prima sezione, la Nostra passa ora a narrare di casi di amore dove è la violenza fisica a far da padrone, a far imbevere i versi delle sue poesie del sangue dello stupro, nonché delle lacrime salate dell’offesa ricevuta. La presenza dell’orco, dell’aguzzino, del violentatore, di colui che perseguendo i propri scopi personali ruba l’innocenza, macchia l’onore e denigra la donna è già anticipata nella prima sezione del libro nella poesia dove si parla del ladro dei sogni identificato nel bestiario di turno, quello di un lupo ululante.

Un tema, quello della violenza sessuale, da sempre trattato anche nella letteratura. Si pensi al mito di Filomela in cui lo sprezzante Tereo, marito di Procne ma innamorato di sua cognata Filomela, riesce ad averla per sé con la forza, violentandola. L’uomo le taglia poi anche la lingua affinché non possa proferire quanto è accaduto e chi è stato l’artefice della violenza ma la donna, mediante l’arte del ricamo, riesce a comunicare con la sorella Procne. Fuggite dall’influenza del tremendo uomo, si appellano alla clemenza degli dei che le trasformano in due uccelli: Filomela in usignolo, Procne in rondine mentre Tereo in upupa. Anche il testo biblico è ricco di episodi nei quali la violenza verso la donna viene a rappresentare una delle tante forme di dominazione dell’universo maschile su quello femminile. La vicenda di Tamar, figlia di re Davide, è estremamente significativa per quanto si sta dicendo. Violentata con l’inganno dal fratello Amnon, viene vendicata, però, dall’altro fratello Assalonne mentre il padre a conoscenza dell’intera vicenda -mostra la sua connivenza di uomo spregiudicato rifiutandosi di intervenire o di denunciare l’abominio commesso dal figlio verso l’altra figlia.

Nella sezione “Orco” sono presenti vari acrostici dai quali la poetessa fa emergere la cosificazione, la nullificazione e la brutalizzazione della donna che l’uomo produce mediante il suo atteggiamento spregiudicato e sessista, autoritario e illecito. La Kostka denuncia in tal modo fenomeni dolorosi assai comuni nell’attualità dove la donna viene percepita e trattata come un oggetto che vede “spezzata di notte la resistenza”. Versi assai chiarificatori di una condizione spregevole di dominio e sperequazione tra i partener dove il carnefice con i mezzi della violenza fisica, dell’abuso e della costrizione- persegue con successo il suo laido fine. Una condizione che pone la donna in un vittimismo lancinante e spesso- come denuncia la cronaca in un’incompatibilità comunicativa nel denunciare il suo aggressore. Donne sole e fragili che nella loro domesticità subiscono sevizie e abusi che si protraggono nel tempo con lo sviluppo di evidenti traumi a livello psicologico che non di rado- minano profondamente la propria esistenza, creando ansie smodate, ampliando timori ed insicurezze costringendole a vivere in un limbo infernale. L’uomo, che dovrebbe amarle e potrebbe aiutarle a curarsi, è proprio l’artefice di quella condizione che contribuisce a peggiorare con la reiterazione dei suoi insani comportamenti. Ecco perché possono sopraggiungere nondimeno dei gesti autolesionistici, dei momenti di delirio nei quali quelle energie negative, quello spirito di morte che dovrebbe riversarsi verso il partner (denunciandolo, difendendosi fisicamente,etc.) finisce per inacerbirsi e tramutarsi in spirito di morte contro sé stesse (nichilismo, apatia, abuso di psicofarmaci, atti inconsulti che minano la propria incolumità, suicidio) come leggiamo nell’acrostico “Sangue”: “Elemosino soltanto la morte”. Ciò per fortuna- non sempre accade, difatti nella lirica successiva, nella quale pure la Nostra accenna a un caso di femminicidio, l’indignazione e la sofferenza è tanta che la porta ad armarsi di un monito di rivalsa: “Invoco sconvolta le orde degli angeli,/ oso pretendere la tua vendetta!”. Qui l’invocazione è di natura doppia: da una parte l’esortazione su un piano religioso affinché gli angeli accorrano a sostenere la recente perdita e per accogliere la poveretta nel regno dalla vita senza fine (indirettamente si percepisce il richiamo alla giustizia divina) e contemporaneamente una dichiarazione energica di lotta, con la quale ben ritenendo insufficiente e illusoria la giustizia terrena (il sistema giudiziario in vigore)- proclama la terribile legge dell’occhio-per-occhio dente-per-dente, chiamando alla vendetta. Si tratta, quella della vendetta, di una risposta estrema, fuori dall’ordinamento giuridico, che minaccia il senso civico che la Nostra chiama in causa intuisco- non quale reale risoluzione a un crimine di questo tipo ma per accentuare, appunto, l’esasperata condizione di sofferenza e di nichilismo protratta nei confronti dei delitti coniugali o domestici. Parallelamente è percepibile lo sdegno dinanzi a una società disattenta e impreparata (quante denunce di stalking rimangono in Commissariato senza dar seguito a una vera e propria attività di garanzia e custodia della persona che denuncia?) e ingiusta, piena di idiosincrasie, che non conosce l’equa condanna ai reati commessi. Lo stato, che dispone  qualche anno di carcere quale condanna per l’assassino e che in pratica rimette l’uomo in libertà ben presto è come se uccidesse una seconda volta la malcapitata di turno, oltraggiandone la memoria e acuendo l’afflizione dei suoi cari.

Gli abominevoli epiloghi di questi squarci di esistenze di povere donne contenute nelle liriche sono frutto di idiosincrasie relazionali, incompatibilità comportamentali, analfabetismo psicologico, percezione ossessiva dell’amore, stalking, gelosia ed atteggiamenti maniacali, imposizione e forza, tossicità, compulsione, dominazione, disturbi psicologici e tanto altro ancora.

La terza sezione del libro, “Fenice”, sembra essere di taglio diverso e voler aprire un varco di speranza. Nota è la storia della fenice che, dopo la vetusta età e la morte incendiaria, rinasce dalle sue stesse ceneri a rappresentare un chiaro segno di forza e rigenerazione, di accresciuta consapevolezza che permette una nuova vita. In campo umano è possibile parlare di resilienza quale capacità del soggetto di saper dare una risposta concreta agli stati di necessità e ai periodi di debolezza senza demoralizzarsi o autocolpevolizzarsi ma mettendo in pratica una grande forza d’animo che ne caratterizza l’animo rigoglioso, battagliero e pronto a rialzarsi dopo ogni caduta. La Nostra parla, infatti, degli “spettri di ieri” quale passato doloroso da lasciarsi alle spalle, di un momento tribolato e angoscioso del quale è capace di localizzare omai nella sfera temporale del passato, a pensare ad esso come a qualcosa di chiuso, lontano, che non può ritornare a minacciare il presente.

Questo è il momento che mostra un’elaborazione del dolore, l’autocoscienza che, sulla scorta di esperienze dolorose e traumatiche, è capace di dare una risposta fattiva, forte di un grande impegno morale ed etico: “Aspetto la rinascita” scrive la poetessa in una lirica, pronta a chiudere un capitolo della sua esistenza e ad inaugurarne un altro nella convinzione che “Tutto passa,/ si dissolve nel tempo”. È il tempo del perdono e del riavvicinamento, dell’annullamento dei sensi di colpa, della quiete ritrovata dopo la tempesta, ma anche dell’annuncio di una nuova stagione che si spera di concordia, vero amore ed empatia: “Rigogliosi fioriremo all’arrivo della pioggia/ bagnati dall’essenza di Nuova Vita”. Nell’energica riappropriazione della propria vita c’è anche un saggio confronto con il passato, artefice di abbandono e timori. La Nostra non teme il suo poter riaffiorare tra le trame della nuova esistenza, né lo percepisce più con preoccupazione ed ansia come una volta mostrando di aver compiuto un ampio e complicato percorso di riappacificazione con sé stessa: “No/ io non ho paura,/ farò l’amore con i miei spettri”.

Si può amalgamare il significato dell’intero libro prendendo in esame le diverse significazioni che vengono attribuite all’immagine cardine delle poesie: quella del corpo femminile. In “Par Amor” il corpo è motivo di desiderio, esigenza pullulante, materialità necessaria alla concretizzazione di quell’unione corporale che risponde a uno stato di mancanza difficilmente governabile che appartiene alla fisiologia dell’essere umano. Nella seconda sezione, “Orco”, il corpo femminile è strumento atto al soddisfacimento delle voglie, semplice mezzo del quale appropriarsi con tutte le maniere anche con l’impiego della forza. Il corpo non è più la concretizzazione dell’amplesso amoroso, la sublimazione di un amore che ha nella fisicità il suo climax, ma è il mezzo di dominazione e di tortura. Se nella prima sezione il corpo era desiderato, agognato, vissuto con ardore, qui il corpo viene brutalizzato e svilito, offeso e appropriato in maniera antidemocratica con la forza. Nella sezione finale, “Fenice”, il corpo non è più solo fisicità ma è anima: in esso si riscopre il vero senso dell’ardore e del colloquio appassionato tra gli esseri. Esso è solo nobilitazione di un legame viscerale e al tempo cerebrale dove il sentimento tracima. È un corpo idealizzato che è la summa degli affetti, delle rassicurazioni e dei piaceri ed è un corpo nuovo nel quale si riscopre quasi un candore antico, una bramosa verginità che stride con quel corpo offeso e maltrattato, sedotto e asservito al potere della seconda sezione del libro. Nella estemporanea 18 (ti ritroverò) così leggiamo: “Diventerà vergine il nostro affetto/ libero da ogni carnale piacere,/ grezzo e nudo il desiderio/ dormiente tra le stanze del non ritorno”.  Non sempre l’amore rifiorisce dal dolore ma quando ciò accade sembra sussurrarci la Nostra, esso è vero amore. Capace di sovrapporsi alle difficoltà e potente da annullare il passato più amaro.

Lorenzo Spurio
Jesi, 18-07-2016 

La silloge “LE SCHEGGE” di Izabella Teresa Kostka acquistabile in cartaceo su Lulu, a breve su Amazon, Mondadori, Feltrinelli e su tutti i principali store online. Irda Edizioni 2017

http://www.lulu.com/shop/izabella-teresa-kostka/le-schegge/paperback/product-23070963.html

Presentazioni – MARCO GALVAGNI “PROFUMO DI VITA”

RACCOLTA DI POESIE “PROFUMO DI VITA” DI MARCO GALVAGNI  by Izabella Teresa Kostka

Qual è il bene più prezioso per ogni essere umano?
Sicuramente la vita stessa. Oggi volevo parlarVi del nuovo libro di un poeta milanese, “Profumo di vita” di Marco Galvagni  edito da Centro Tipografico Livornese Editore.
Dalla mia prefazione al libro:

“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere.
L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé.
Allora non è più trascinato, ma trascina”.
(Hermann Hesse)

  Il grande Platone disse: “al tocco dell’amore, tutti diventano poeti”. Il potere di questo sentimento affascina e sconvolge, confonde e incanta, ferisce e travolge gli esseri umani già dai tempi del peccato primordiale di Adamo ed Eva. L’amore carnale oppure spirituale, proprio o universale, non ha nome l’affetto nascente nell’animo, soltanto la forza del battito del cuore. Esso ci trascina senza chiedere il permesso, plasma e influenza la crescita interiore fin dalla “verde età” dell’acerba infanzia, accompagna su ogni sentiero dell’esistenza guidandoci verso l’autunno della vita, ove regna la luce della saggezza e della comprensione.
   La scrittura del poeta Marco Galvagni è l’essenza e  personificazione dell’amore universale, “profuma di vita” (come suggerisce il titolo stesso della silloge), quella vissuta, sofferta e ammirata, ricca di ricordi dell’amato padre scomparso:

                                                              Di te ricordo bene
quando mi volgevi il tuo sorriso gentile,
le calde e forti mani che reggevano me piccino.

Ma è ogni stagione impressa nella memoria:
i giochi dell’infanzia, gli screzi dell’adolescenza,
le diatribe della giovinezza, la complicità della maturità.

A oggi non ho scordato il tuo amore:
mi riempiva il cuore d’un’emozione profonda
e chiudeva in un’ansa il tempo degli errori (…)

  sfavillante di mille sfaccettature del pensiero umano innamorato della stessa Poesia:

La poesia è la luce del silenzio,
mi s’apre il cuore in un sorriso
se la parola trova un varco

avvolta dapprima in cuscini di nebbia
poi falce di luna bagnata d’aurora
ed infine prima stella mattutina

accarezzata dai raggi del sole del pensiero.

Scrivere è immergersi tra le zolle
d’un terreno muscoso, lambire
il verde prato fiorito dei pensieri (…)

profondamente introspettiva, abbondante di semiotica e di simbolismo espressivo:

Siamo noi i poeti
quelli che pennellano
drappi di cielo
in un’ansa di tempo smunta
persi in strade sbiadite
illuminate da luci gelate
alla deriva nel mare della vita (…)

eppur sempre reale, estremamente umana e tormentata da un amore (mai) dimenticato:

Ardo dal desiderio remoto del cuore d’accarezzare con tocco docile, nel vento, le ciocche dorate di lei e di perdermi nei suoi occhi nocciola.
Lei è il sogno struggente in me del baluginio d’un astro nel buio che illuminerebbe di vita la via del mio incedere tra le onde di tempesta (…)

Approfondendo la lettura della raccolta poetica di Marco, mi sono fatta cullare e avvolgere dalla scioltezza dei versi di eccezionale maturità e di beltà quasi “pittoresca”, paragonabile soltanto ai grandi capolavori di Renoir, Monet, Sisley o Cézanne.

L’artista con grande abilità unisce nel proprio poetare l’essenza dell’antico “kalòs kagathòs”, i suoi versi non luccicano soltanto di bellezza superficiale e d’un sublime linguaggio, ma si schiudono come corolle di fiori preziosi, sorprendendo ogni lettore con diversi significati e con la profondità delle riflessioni sospese tra il surreale e la realtà.
Galvagni è  un pittore, un saggio, un profeta e un poeta con tutte le caratteristiche di un uomo in carne e ossa dotato di rarissima sensibilità interiore.
Parafrasando le parole di  Hesse, lo scrittore non è “trascinato dall’amore né dalla poesia” ma “trascina” ogni lettore nel suo mondo diventando:

                                                         
(…) l’essere supremo che c’accompagna in questo difficile peregrinare che sarà interrotto da una durevole fusione con una colata d’oro, più uno scintillio di diamanti, sopra questa terra che il sole accarezza (…)

L’essere supremo che attraversando  diversi abissi della vita riesce a raggiungere  il proprio Nirvana, ritrova un delicato equilibrio tra essere e avere, amare e odiare, desiderare e venerare,  l’artista che vuole condividere con il mondo tutta la sua esperienza semplicemente scrivendo:

                        
Per chi,
se non per voi,
queste parole nel vento,
questi voli in punta di matita,
lo scrigno delle mie emozioni
che si apre al pirata pensiero.
Per chi,
se non per voi, miei cari.

Izabella Teresa Kostka
Milano, 2016

Valerio Pedini scrive:

La visione dell’ente nel sogno: un appunto filosofico a Marco Galvagni

Secondo me un poeta quanto più mette magia nelle sue poesie tanto più è importante, Marco ergo deve per guadagnarsi il mio rispetto da poeta essere magico. Essere magico non significa usare solo la fantasia, ma bisogna anche sapere come usarla. La fantasia se non usata con rigore crea obbrobri, per questo io do importanza alla filologia, poiché solo con un lavoro filologico si ammaestra la nostra fantasia, e Marco la sa ammaestrare totalmente, ma non credo che Marco sia un filologo; credo, invece, nonostante la sua maestria, che sia un sognatore. Forse ha il mio rispetto poiché entrambi viviamo nel sogno, forse la poesia oltre che ad una impalcatura filologica importante deve vivere nel sogno, per questo io da critico ravvedo subito Marco nel surrealismo. Io credo che il surrealismo non possa e non debba finire, anzi io credo che, nella decadenza, il surrealismo possa risollevare la società: per questo io penso che la poesia di Marco Galvagni sia utile. Ma, nonostante tutto, il sogno deve essere ben controllato, se no si rischia di distruggere il senso di ciò che si crea e quindi di ciò che si è, poiché, se è vero che la creazione non è un ente, il principio di essa lo è, poiché siamo degli enti. Si pensa che il pensiero distingua lente, io penso che un pensiero che non crei non possa distinguere l’ente, anzi penso che lo distrugga, poiché inutile per il mondo esterno. Negli animali l’ente si ravvede sempre, poiché nascono per generare e la generazione è un principio di creazione evoluta, ma nell’uomo questo non è presente, poiché l’ente colla sua nascita subisce una distruzione sociale. Quando un uomo entra nella società allora non è più ente, non è più essere, è nulla. E per questo che serve il sogno, per estranearsi e quindi tornare ente e creare la genesi che vi è in noi. L’uomo europeo ha la necessità di fare della Genesi, poiché se è vero che la Cristianità è Europa, la genesi è criastianità, ergo non penso che la poesia si crei, ma penso che sia un atto generativo e Marco ritorna ad essere ente nel momento in cui concepisce la sua poesia, quindi è utile alla società. La società distrugge l’ente, ma ne ha bisogno per sopravvivere, per non essere omologata, se no sarebbe niente. Ma io che credo nel principio funzionalista che sostiene che ogni ente è una parte di un intero macro ente che è la società, io sostengo che l’arte che forma l’ente sia più utile di qualsiasi altro mezzo, allora colla sua Poesia è utile alla società. Continuando il discorso della magia, io penso che la magia debba nutrirsi del reale e Marco sognando, poiché la psicanalisi insegna che il sogno è una retrospettiva della nostra vita e quindi del reale, si collega alla realtà. Quindi Marco colla sua poesia continua lo sviluppo di due grandi correnti: il surrealismo e il realismo.

Valerio Pedini

BIOGRAFIA

Marco Galvagni è nato a Milano il 30/1/1967. Risiede tuttora a Milano. Ha incominciato a scrivere poesie in giovanissima età. Nel 1985 ha conseguito la maturità classica per poi iscriversi a Lettere Moderne alla Statale di Milano, dove è rimasto due anni. Il periodo coincidente con la scomparsa di suo padre il 30 ottobre 2001 ha segnato l’apice della sua poesia. Solo recentemente ha superato il lutto ed ha ricominciato a dedicarsi con intensità alla scrittura. Sono sinora tre i libri pubblicati con Montedit:  “Nel labirinto” (2001) secondo al Premio Nazionale Emma Piantanida, Legnano (MI) 2002,
“L’arcobaleno” (2002) secondo al Premio Nazionale alla memoria di Mariagrazia Spitalieri, Piombino, (LI) 2003, ” Nel germoglio vergine” (2003) vincitore nel 2004 del Premio Nazionale Falesia, Piombino (LI).
A fine marzo è uscito “Profumo di vita” CTL Editore, 2016.
Nove sue poesie sono state pubblicate dalla rivista Poesia.
Alcune stanno per essere pubblicate dalla Rivista Liburni Arte e Cultura e due poesie appariranno il 22/4/2016 sulla rivista Bibbia d’asfalto.

Sito internet di poesia:

Presentazione

Bibliografia:

Nel labirinto, Montedit 2001
Larcobaleno, Montedit 2002
Nel germoglio vergine, Montedit 2003
Il gomitolo dei sogni, ilmiolibro 2010
Profumo di vita, CTL 2016

Link per acquistare il libro:

http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=galvagni+marco

Consiglio a tutti la lettura delle poesie di Marco Galvagni, Ve ne innamorerete  profondamente!

Izabella Teresa Kostka, Milano 2016

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LE PREFAZIONI – “Profumo di vita” di Marco Galvagni

La mia prefazione alla silloge di Marco Galvagni.

“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere.
L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé.
Allora non è più trascinato, ma trascina”.
(Hermann Hesse)

  Il grande Platone disse “al tocco dell’amore, tutti diventano poeti”. Il potere di questo sentimento affascina e sconvolge, confonde e incanta, ferisce e travolge gli esseri umani già dai tempi del peccato primordiale di Adamo ed Eva. L’amore carnale oppure spirituale, proprio o universale, non ha nome l’affetto nascente nell’animo, soltanto la forza del battito del cuore. Esso ci trascina senza chiedere il permesso, plasma e influenza la crescita interiore fin dalla “verde età” dell’acerba infanzia, accompagna su ogni sentiero dell’esistenza guidandoci verso l’autunno della vita, ove regna la luce della saggezza e della comprensione.
   La scrittura del poeta Marco Galvagni è l’essenza e  personificazione dell’amore universale, “profuma di vita” (come suggerisce il titolo stesso della silloge), quella vissuta, sofferta e ammirata, ricca di ricordi dell’amato padre scomparso:

                                Di te ricordo bene
quando mi volgevi il tuo sorriso gentile,
le calde e forti mani che reggevano me piccino.

Ma è ogni stagione impressa nella memoria:
i giochi dell’infanzia, gli screzi dell’adolescenza,
le diatribe della giovinezza, la complicità della maturità.

A oggi non ho scordato il tuo amore:
mi riempiva il cuore d’un’emozione profonda
e chiudeva in un’ansa il tempo degli errori (…)

  sfavillante di mille sfaccettature del pensiero umano innamorato della stessa Poesia:

La poesia è la luce del silenzio,
mi s’apre il cuore in un sorriso
se la parola trova un varco

avvolta dapprima in cuscini di nebbia
poi falce di luna bagnata d’aurora
ed infine prima stella mattutina

accarezzata dai raggi del sole del pensiero.

Scrivere è immergersi tra le zolle
d’un terreno muscoso, lambire
il verde prato fiorito dei pensieri (…)

profondamente introspettiva, abbondante di semiotica e di simbolismo espressivo:

Siamo noi i poeti
quelli che pennellano
drappi di cielo
in un’ansa di tempo smunta
persi in strade sbiadite
illuminate da luci gelate
alla deriva nel mare della vita (…)

eppur sempre reale, estremamente umana e tormentata da un amore (mai)dimenticato:

Ardo dal desiderio remoto del cuore d’accarezzare con tocco docile, nel vento, le ciocche dorate di lei e di perdermi nei suoi occhi nocciola.
Lei è il sogno struggente in me del baluginio d’un astro nel buio che illuminerebbe di vita la via del mio incedere tra le onde di tempesta (…)

Approfondendo la lettura della raccolta poetica di Marco, mi sono fatta cullare e avvolgere dalla scioltezza dei versi di eccezionale maturità e di beltà quasi “pittoresca”, paragonabile soltanto ai grandi capolavori di Renoir, Monet, Sisley o Cézanne.

L’artista con grande abilità unisce nel proprio poetare l’essenza dell’antico “kalòs kagathòs”, i suoi versi non luccicano soltanto di bellezza superficiale e d’un sublime linguaggio, ma si schiudono come corolle di fiori preziosi, sorprendeno ogni lettore con diversi significati e con la profondità delle riflessioni sospese tra il surreale e la realtà.
Galvagni è  un pittore, un saggio, un profeta e un poeta con tutte le caratteristiche di un uomo in carne e ossa dotato di rarissima sensibilità interiore.
Parafrasando le parole di  Hesse, lo scrittore non è “trascinato dall’amore né dalla poesia” ma “trascina” ogni lettore nel suo mondo diventando:

                                                         
(…) l’essere supremo che c’accompagna in questo difficile peregrinare che sarà interrotto da una durevole fusione con una colata d’oro, più uno scintillio di diamanti, sopra questa terra che il sole accarezza (…)

L’essere supremo che attraversando  diversi abissi della vita riesce a raggiungere  il proprio Nirvana, ritrova un delicato equilibrio tra essere e avere,  amare e odiare, desiderare e venerare, l’artista che vuole condividere con il mondo tutta la sua esperienza semplicemente scrivendo:

                        
Per chi,
se non per voi,
queste parole nel vento,
questi voli in punta di matita,
lo scrigno delle mie emozioni
che si apre al pirata pensiero.
Per chi,
se non per voi, miei cari.

Izabella Teresa Kostka
Milano, 2016

Tutti i diritti riservati 2016
CTL Editore

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Una mia prefazione alla silloge “Turchese” di Lucia Lanza.

“TURCHESE” di LUCIA LANZA

L’arte è magia, la liberazione priva di ogni convenzione, regole o schema. È un mondo parallelo in cui proviamo soltanto un estremo piacere intellettuale e spirituale, un tocco dell’essenza quasi divina di pura creazione,  libero pensiero e il sentire dell’artista. Una sublime esperienza sensoriale,  spesso al limite di realtà e dimensione universale,  cosmica dell’immaginario. Una frase, un pensiero, un colore…
“Turchese” un quaderno di poesie della poetessa Lucia Lanza non è una raccolta di liriche qualsiasi, ma un perfetto quadro paragonabile ai raffinati dipinti dei grandi impressionisti francesi. Sfiora i nostri sensi con le parole soavi, colme di oniriche visioni e riflessioni dell’autrice, lasciando ai lettori piena libertà di interpretazione e percezione  artistica. La scrittrice con la mitica Musa esalta la bellezza di emozioni, sottili sensazioni, attimi fuggenti dell’universo attraversando varie dimensioni del vissuto umano.  Ricercati versi della silloge diventano fonte dell’ispirazione nel viaggio chiamato poesia,  in quel incantevole cammino artistico, che posso descrivere usando la parafrasi di alcune parole tratte da una famosa canzone ” in blu dipinto  di…
t u r c h e s e “.

Izabella Teresa Kostka
Milano

Una mia breve prefazione all’antologia “L’Isola del Tesoro” edita da Antologica Atelier Edizioni

L’uomo non può mai smettere di sognare.
Il sogno è il nutrimento dell’anima,
come il cibo è quello del corpo.”
                          cit. Paulo Coelho

      Ogni essere umano fin dalla nascita sogna la propria “Isola del Tesoro”: parte alla ricerca di quel magico luogo, in cui potrebbe ritrovare, ma anche custodire, i veri gioielli della creazione, dell’immaginario oppure del reale vissuto. Sfogliando le pagine di questa raccolta poetica scoprirete un’ isola sublime, uno scrigno magico colmo di emozioni e riflessioni, di versi selvaggi e ribelli tinti di gioia o nostalgia, uno scrigno ricco di tesori  nati dall’illimitata passione per la Musa della poesia. All’improvviso verrete trasportati in un mondo multicolore abitato dalle diverse personalità dei poeti, dalla scrittura estremamente personale alla ricerca della propria identità artistica, per alcuni ben definita, per altri ancora intimidita e tutta da scoprire come un gioiello nascosto in fondo al mare dell’umano intelletto.

      Sarà mai prezioso quel tesoro racchiuso tra i punti e le virgole dei versi dispersi?

Lo scopriremo soltanto con il passare del tempo, di quel giudice spietato che dona valore ai veri diamanti trasformandoli in splendenti tesori della letteratura.

Izabella Teresa Kostka,  Milano 2015

La mia introduzione al libro di Emanuela Nocera “Quattro passi nell’anima”

EMANUELA NOCERA
LA SILLOGE “QUATTRO PASSI NELL’ANIMA”

Quattro passi nell’Aldilà di se stessa, alla ricerca del senso dell’esistenza, delle risposte mai date, delle verità taciute…
Una profonda riflessione sulla solitudine e sul randagismo spirituale, sull’amore quello vero, maturo oppure mancante, passato nel tempo. Un viaggio introspettivo nei vicoli dell’animo malinconico, l’animo artistico di grande saggezza e sensibilità femminile.

La silloge “Quattro passi nell’anima” della poetessa Emanuela Nocera costringe a riflettere in silenzio, avvolge ogni lettore con frasi sussurrate eppure di grande impatto emotivo, ricche di poetica saggistica, ma allo stesso momento fini e molto sentimentali. Il tempo nella raccolta scorre lentamente, come il mare d’inverno, cullando la mente dello spettatore sulle onde dei versi  ben scorrevoli, narrativi, spesso esistenziali.
Attraversando il mondo poetico di Emanuela Nocera, facciamo parte del suo viaggio quasi filosofico, ritrovando nei versi lo specchio del proprio cammino terrestre, scoprendo le profondità dell’anima umana.

Izabella Teresa Kostka

La mia prefazione al libro “Isola del Tesoro” ( antologia di autori vari, Antologica Atelier Edizioni ).

L’uomo non può mai smettere di sognare.
Il sogno è il nutrimento dell’anima,
come il cibo è quello del corpo.”
                          cit. Paulo Coelho

      Ogni essere umano fin dalla nascita sogna la propria “Isola del Tesoro”: parte alla ricerca di quel magico luogo, in cui potrebbe ritrovare, ma anche custodire, i veri gioielli della creazione, dell’immaginario oppure del reale vissuto. Sfogliando le pagine di questa raccolta poetica scoprirete un’ isola sublime, uno scrigno magico colmo di emozioni e riflessioni, di versi selvaggi e ribelli tinti di gioia o nostalgia, uno scrigno ricco di tesori  nati dall’illimitata passione per la Musa della poesia. All’improvviso verrete trasportati in un mondo parallelo abitato dalle diverse personalità dei poeti, dalla scrittura estremamente personale alla ricerca della propria identità artistica, per alcuni ben definita, per altri ancora intimidita e tutta da scoprire come un gioiello nascosto in fondo al mare dell’umano intelletto.

      Sarà mai prezioso quel tesoro racchiuso tra i punti e le virgole dei versi dispersi?

Lo scopriremo soltanto con il passare del tempo, di quel giudice spietato che dona valore ai veri diamanti trasformandoli in splendenti tesori della letteratura.

Izabella Teresa Kostka
(scrittrice)
Milano 2015

La mia prefazione al libro di Raoul Bianchini “L’uomo dalle parole di vetro”.

“Dove vai, Umano, inquieto viaggiatore,
pellegrino eterno tra le onde del tempo,
guerriero perduto nei silenzi dell’animo
alla ricerca costante dell’essenza d’amore?”

                                                                   cit. Izabella Teresa Kostka “Urbi et orbi”
                                                                 
                                                     

   Silenzio, cullante suono dei nostri pensieri, fragili scatti di perduta infanzia profumata di salsedine e ricordi salmastri. Sensazioni, mute parole galleggianti nell’aria, fuggenti immagini oltre il tempo. Un quadro sublime dell’essere umano.

   “L’uomo dalle parole di vetro” di Raoul Bianchini non è un semplice racconto d’amore, ma un vero acquerello dipinto con parole soavi sussurrate in silenzio, al vespero colmo di calore estivo e profumo del mare. Nel mondo di oggi così sazio di volgarità e squarcianti rumori, pieno di rabbia, rancore e sofferenza, lo scrittore regala al lettore un delicato libro di narrativa paesaggistica e sentimentale, in cui la mancanza dei dialoghi tra i due protagonisti sottolinea in modo perfetto la grande sensibilità e finezza d’espressione. La trama scorre lentamente,  con una certa pigrizia e voluta disinvoltura, libera da ogni confusione e dalla frenetica corsa dei nostri tempi: non bada alle lancette dell’orologio, ma viene  scandita soltanto dalle maree, dal sorgere e calare del sole, dal planare dei gabbiani e da un soffio inaspettato di brezza marina. In questo idilliaco spazio temporaneo dipinto dall’autore continua il monologo del narrante, un racconto in cui come nello specchio si riflettono vari tormenti e pensieri dei personaggi, le loro emozioni, i desideri, una delicata sensualità fatta di sguardi,  carezze,  baci mancati da troppo tempo. Un viaggio alla ricerca del tempo che fu, ricordi sbiaditi ma ancora insistenti  come un tarlo nell’inconscio privo di voce.
Percorrendo le pagine del libro emergono davanti ai miei occhi gli scatti di un famoso film di Jane Campion, “Lezioni di piano” (1993), la sua sottile e muta protagonista (strana coincidenza con la disabilità di Caterina creata da Raoul Bianchini) e i versi scritti da Thomas  Hood  nel suo poema  “Silence” : « C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci, nella fredda tomba, del profondo mare ».

Quel mare che accompagna con lo scorrere delle onde ogni passo di Joseph e Caterina, ogni attimo di quel pellegrinaggio emotivo verso l’essenza del loro amore, il loro sentire e i loro ricordi, verso la catarsi e la purificazione, la speranza e liberazione dal passato, che si esprimono nelle ultime essenziali parole scritte dai protagonisti del libro a quattro mani sulla sabbia :
                             ” Mai più ritorneremo, mai più ritorneremo…”

Izabella Teresa Kostka
(scrittrice)
Milano, aprile 2015

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