LE PREFAZIONI – “Profumo di vita” di Marco Galvagni

La mia prefazione alla silloge di Marco Galvagni.

“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere.
L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé.
Allora non è più trascinato, ma trascina”.
(Hermann Hesse)

  Il grande Platone disse “al tocco dell’amore, tutti diventano poeti”. Il potere di questo sentimento affascina e sconvolge, confonde e incanta, ferisce e travolge gli esseri umani già dai tempi del peccato primordiale di Adamo ed Eva. L’amore carnale oppure spirituale, proprio o universale, non ha nome l’affetto nascente nell’animo, soltanto la forza del battito del cuore. Esso ci trascina senza chiedere il permesso, plasma e influenza la crescita interiore fin dalla “verde età” dell’acerba infanzia, accompagna su ogni sentiero dell’esistenza guidandoci verso l’autunno della vita, ove regna la luce della saggezza e della comprensione.
   La scrittura del poeta Marco Galvagni è l’essenza e  personificazione dell’amore universale, “profuma di vita” (come suggerisce il titolo stesso della silloge), quella vissuta, sofferta e ammirata, ricca di ricordi dell’amato padre scomparso:

                                Di te ricordo bene
quando mi volgevi il tuo sorriso gentile,
le calde e forti mani che reggevano me piccino.

Ma è ogni stagione impressa nella memoria:
i giochi dell’infanzia, gli screzi dell’adolescenza,
le diatribe della giovinezza, la complicità della maturità.

A oggi non ho scordato il tuo amore:
mi riempiva il cuore d’un’emozione profonda
e chiudeva in un’ansa il tempo degli errori (…)

  sfavillante di mille sfaccettature del pensiero umano innamorato della stessa Poesia:

La poesia è la luce del silenzio,
mi s’apre il cuore in un sorriso
se la parola trova un varco

avvolta dapprima in cuscini di nebbia
poi falce di luna bagnata d’aurora
ed infine prima stella mattutina

accarezzata dai raggi del sole del pensiero.

Scrivere è immergersi tra le zolle
d’un terreno muscoso, lambire
il verde prato fiorito dei pensieri (…)

profondamente introspettiva, abbondante di semiotica e di simbolismo espressivo:

Siamo noi i poeti
quelli che pennellano
drappi di cielo
in un’ansa di tempo smunta
persi in strade sbiadite
illuminate da luci gelate
alla deriva nel mare della vita (…)

eppur sempre reale, estremamente umana e tormentata da un amore (mai)dimenticato:

Ardo dal desiderio remoto del cuore d’accarezzare con tocco docile, nel vento, le ciocche dorate di lei e di perdermi nei suoi occhi nocciola.
Lei è il sogno struggente in me del baluginio d’un astro nel buio che illuminerebbe di vita la via del mio incedere tra le onde di tempesta (…)

Approfondendo la lettura della raccolta poetica di Marco, mi sono fatta cullare e avvolgere dalla scioltezza dei versi di eccezionale maturità e di beltà quasi “pittoresca”, paragonabile soltanto ai grandi capolavori di Renoir, Monet, Sisley o Cézanne.

L’artista con grande abilità unisce nel proprio poetare l’essenza dell’antico “kalòs kagathòs”, i suoi versi non luccicano soltanto di bellezza superficiale e d’un sublime linguaggio, ma si schiudono come corolle di fiori preziosi, sorprendeno ogni lettore con diversi significati e con la profondità delle riflessioni sospese tra il surreale e la realtà.
Galvagni è  un pittore, un saggio, un profeta e un poeta con tutte le caratteristiche di un uomo in carne e ossa dotato di rarissima sensibilità interiore.
Parafrasando le parole di  Hesse, lo scrittore non è “trascinato dall’amore né dalla poesia” ma “trascina” ogni lettore nel suo mondo diventando:

                                                         
(…) l’essere supremo che c’accompagna in questo difficile peregrinare che sarà interrotto da una durevole fusione con una colata d’oro, più uno scintillio di diamanti, sopra questa terra che il sole accarezza (…)

L’essere supremo che attraversando  diversi abissi della vita riesce a raggiungere  il proprio Nirvana, ritrova un delicato equilibrio tra essere e avere,  amare e odiare, desiderare e venerare, l’artista che vuole condividere con il mondo tutta la sua esperienza semplicemente scrivendo:

                        
Per chi,
se non per voi,
queste parole nel vento,
questi voli in punta di matita,
lo scrigno delle mie emozioni
che si apre al pirata pensiero.
Per chi,
se non per voi, miei cari.

Izabella Teresa Kostka
Milano, 2016

Tutti i diritti riservati 2016
CTL Editore

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I DIECI PASSI CON…FRANCESCA PUGLISI – l’intervista a cura di Izabella Teresa Kostka

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Carissimi Lettori!
Nella seconda puntata della rubrica culturale “I dieci passi con…” avrò il piacere di ospitare una giovane eppur già amatissima attrice del Piccolo Teatro di Milano: Francesca Puglisi. Una donna molto talentuosa e ambiziosa, che è salita con grande successo sui vari palcoscenici teatrali della capitale lombarda.
Per conoscere le tappe e gli sviluppi della sua promettente carriera, visitate il suo sito ufficiale:

http://www.francescapuglisi.net/

1. Benvenuta cara Francesca. Raccontaci del tuo percorso attraverso il mondo dell’arte drammatica. Sognavi di diventare un’attrice già  da bambina  oppure questo desiderio è  nato in te nel periodo dell’adolescenza?  
                                                                                                                                                            F.P.: Benvenuta a te, ai lettori e grazie per avermi coinvolta in questa intervista. Non ho mai avuto il sacro fuoco né da bambina né dopo. A 22 anni frequentavo la Facoltà di Giurisprudenza di Napoli, la città dove sono nata ed ero infelice; decisi di cambiare la mia vita, desideravo un “luogo” dove mettere tutta la mia energia fisica e mentale che diversamente avrei continuato a usare per autodistruggermi. Ho compreso grazie ad un’amica, a un breve laboratorio per attori e ad alcuni spettacoli visti al Teatro Nuovo di Napoli che quello era il mio posto: il Teatro. Ho studiato per sostenere gli esami di ammissione in un’Accademia professionale e sono entrata alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano e da lì la mia vita è cambiata definitivamente. Mi sono salvata.

2. Provieni da una famiglia artistica oppure sei stata la prima a seguire la corte di Apollo e delle sue Muse? Come hanno reagito i tuoi cari venendo a conoscenza della tua scelta?  

F.P.: Nessuno membro della mia famiglia aveva un legame con il Teatro o con altre forme di spettacolo. Ho dovuto accettare di entrare in conflitto con tutti e di rinunciare, per più di un anno al rapporto con mio padre. L’ unica che mi sostenne fino dal primo momento fu mia zia Annamaria che ogni mattina mi telefonava per sollecitarmi e darmi il coraggio di fare ciò che concretamente dovevo fare per riuscire a cambiare. Le cose in famiglia si sono evolute lentamente, con l’entrata alla scuola del Piccolo e con i sacrifici visibili che ho compiuto, ora ho tutti dalla mia parte.

3. Prendendo la decisione di frequentare una scuola di teatro, ogni aspirante attore si mette alla prova. Quali sono i ricordi di quel periodo? Un passato pieno di difficoltà e competizione oppure caratterizzato da amichevole e serena condivisione?  
   
F.P.: Un passato pieno di difficoltà e competizione, un passato di condivisione forzata e costante con 27 persone di talento e forte carattere, un’altalena emozionale che un momento ti faceva sentire potente, capace, sulla vetta e un momento dopo una cacca.

4. Ti ricordi ancora il tuo debutto sul palco? Che sensazioni hai provato illuminata dalle luci della rampa? Tanta paura oppure orgoglio e grande soddisfazione personale? Hai commesso qualche errore? 
         
F.P.: Ho debuttato ufficialmente nel 2007 al Piccolo Teatro Studio (oggi Studio Melato)con Gl’Innamorati di Goldoni diretta da Massimo De Francovich che recitava anche il ruolo dello zio. La scena si apriva con me, Flamminia, inquadrata da un rettangolo di luce che, a braccia conserte, fissavo malamente mia sorella Eugenia. Ricordo un sentimento di orgoglio, di felicità e la consapevolezza del privilegio di essere parte di qualcosa di grande. E andata bene.

5. Ho avuto il piacere di ammirarti in più occasioni negli spettacoli milanesi, sei tra le attrici più  amate dal pubblico. Come è iniziata la tua collaborazione con le tre sedi del Piccolo Teatro di Milano (Teatro Grassi, Teatro Strehler e Studio Melato)? Qual è il tuo palcoscenico preferito? Hai conosciuto anche il grande Luca Ronconi, scomparso nel 2015. Si sente tanto la sua mancanza al Piccolo?
                                             
F.P.: Ti ringrazio, non so se è proprio così ma leggerlo mi piace assai. La mia collaborazione con il Piccolo è iniziata nel 2010 a piccoli passi, sono nata al Chiostro di via Rovello, nella sede storica del Teatro e facevo delle visite guidate brevi, un primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato Alla scoperta del Teatro, visite guidate spettacolarizzate e ricche, curate da me, che ho fatto per l’intera estate scorsa e questo autunno. Nel mezzo: una lunga esperienza con  il Teatro Ragazzi che mi ha portato a recitare e raccontare storie soprattutto in luoghi non convenzionali del Piccolo. Oltre che nella Scatola Magica ho avuto la fortuna di portare con me il pubblico in attrezzeria, sartoria, uffici, camerini…questo teatro narrato, fatto di incontri tangibili, mi ha permesso di creare legami: legami speciali fra me e il pubblico, fra il pubblico e i tutti i lavoratori del Piccolo, a cui io stessa ho potuto relazionarmi in maniera più intensa di come sarebbe stato se avessi fatto solo spettacoli convenzionali. Il mio palcoscenico preferito è quindi l’intero Piccolo, compresi gli uffici e i suoi corridoi sotterranei. Tra i tre palchi classici invece, quello che preferisco è senzaltro il Teatro Studio Melato, per un legame affettivo e per la sua affascinante architettura.                                                                                                                                                  Luca Ronconi è stato uno dei miei maestri, fu lui a volermi nella scuola e a incidere fortemente sulla mia formazione. Siamo ad un anno dalla sua scomparsa e il Piccolo ha inaugurato un nuovo spazio in via Rovello, una mostra interattiva dedicata al suo lavoro; questa è una delle tante iniziative che sono state e gli saranno dedicate, non ho alcun dubbio che lì e non solo, la sua assenza sia una mancanza.

6. Qual è il personaggio che hai interpretato ma anche odiato di più? E quello che hai amato di più? Forse “Arlecchino”?    

                                                                                                                                                                        F.P.: Non ho odiato, ho sofferto agli inizi sì, per eccesso di difesa e resistenza al cambiamento, sofferenza che si è attenuata, ogni giorno di più, dal momento in cui ho compreso che la chiave del lavoro, per me, è l’accoglienza. Mi da piacere aver interpretato personaggi tanto lontani fra loro. Mi da piacere l’idea che ci sia qualcuno, regista o attore o spettatore, che pensa a me come a un’attrice con attitudine drammatica, un altro che mi ha visto su un palco di cabaret, qualcuno che mi ha sentito recitare in lingua napoletana e qualcuno che mi prende in giro per la dizione pulita e infine chi mi ha vista dietro una maschera, una maschera illustre come quella ideata da Amleto Sartori per L’ Arlecchino di Strehler. Ho “impropriamente” vestito i panni di questo personaggio per diverso tempo ma il gioco che mettevo in atto con il pubblico girava proprio attorno all’inadeguatezza: un’attrice, quindi donna, napoletana, lunga e longilinea che insegue il sogno di sostituire Ferruccio Soleri nell’ Arlecchino di Strehler? Talmente folle che qualcuno cha creduto!

7. Ultimamente svolgi anche attività di formatrice teatrale, parlaci un po’ di questo lato della tua vita professionale.

F.P.: Le mie esperienze in ambito formativo sono state tanto diverse a seconda dei diversi destinatari: insegnanti e professori, alunni di scuola primaria, secondaria e superiore, lavoratori aziendali, tutti lontani fra loro per età e obbiettivi da raggiungere. L’esperienza che mi ha segnato di più è stata quella nata dalla collaborazione fra il Piccolo, l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e Amici dell’infanzia Onlus: provare a “curare” con il Teatro ti mette continuamente di fronte alle tue inadeguatezze ma ti regala soddisfazioni e ti tempra.

8. Cederai un giorno alla tentazione e salirai pure sul set cinematografico, oppure rimarrai fedele all’arte in diretta? In quel caso, con chi vorresti collaborare e quale personaggio vorresti interpretare?

F.P.: Recentemente ho avuto piccole esperienze con la macchina da presa e mi è piaciuto assai, quindi sì, se ci saranno gli incontri giusti coglierò l’occasione. Vorrei collaborare a progetti pensati e scritti con professionalità e mi affiderei a professionisti anche per la scelta del personaggio; è un mondo nuovo per me, imparare dagli altri, affidarsi, avere la forza di affidarsi, sarebbe magnifico.

9. Immagine pubblica e privata sono due cose spesso diverse e molto distanti tra loro. Chi è Francesca Puglisi quando cade il sipario: una donna ambiziosa, sempre attiva e determinata oppure una dolce coccolona, fragile e sentimentale? Cosa è più importante per te in questo momento: la carriera o la vita personale?   
                                                                                                                                                                                    F.P.: Sono una donna ambiziosa, sono attiva, sono determinata. L’ amore è la cosa più importante: amore per le persone, per la natura, per il proprio compagno. Ma il lavoro viene prima, per una semplice ragione: se non sei strutturato, in movimento e crescita personale, se non hai passione, più difficilmente ti aprirai all’amore. La sofferenza e la frustrazione soffocano la capacità di volere bene. 

10. Svelaci qualche tuo progetto per il prossimo futuro. Dove ti vedi tra 10 anni? Qual è il tuo sogno professionale più grande?

F.P.: Tra dieci anni mi vedo impegnata in lavori sempre più ambiziosi e circondata dall’amore delle persone care. Non ho un unico grande sogno professionale, ne ho tanti piccoli e medi che nascono e bollono dentro di me quasi tutti i giorni; vi racconto del mio più grande sogno di questo momento della vita: il mio spettacolo, debutto come monologhista comica al Teatro della Cooperativa di Milano, il prossimo 14 marzo, con Ccà nisciuno è fisso  L’ era della precarietà scritto con Alessandra Faiella che ne firma anche la regia. Sono felice. Venite?                                                                                                                                                                                   
I.T.K.: Verremo sicuramente! Carissima Francesca ti ringrazio per aver condiviso con noi le tue esperienze e i tuoi pensieri rilasciando questa intervista per la rubrica “I dieci passi con…”. Dialogare con te è un vero piacere. Ti auguro di realizzare tutti i tuoi desideri e di godere della vita piena di soddisfazioni professionali e personali. In bocca al lupo!

F.P.: Grazie a te, grazie a chi legge, è stato un piacere! Viva il lupo, sempre.

L’intervista rilasciata da Francesca Puglisi nel mese di febbraio 2016 per la rubrica “I dieci passi con…” a cura di Izabella Teresa Kostka.
Foto proprietà di Francesca Puglisi.
Tutti i diritti riservati
Milano, 2016.

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ART CAFÉ – Microstorie di cibo e Milano che cambia

22/02/2016 si è svolta l’inaugurazione delle mostre Milano che cambia e Microstorie di cibo organizzate da Microbo Net, ART Cafe e Circuiti Dinamici con il patrocinio della: città di Milano, Regione Lombardia, Brera – Accademia delle Belle Arti, Città di Expo. Ero presente nella sezione letteratura con due delle mie poesie:   Sui Navigli (per Milano che cambia) e L’ultima cena (per Microstorie di cibo).

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